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Recensione: Van Halen - Van Halen
>> COVER
>> LINE UP
David Lee Roth: Vocals

Edward Van Halen: Guitar

Alexander Van Halen: Drums

Michael Anthony: Bass

>> TRACKS
1.Running With The Devil
2.Eruption
3.You Really Got Me
4.Ain't Talking 'Bout Love
5.I'm The One
6.Jamie's Cryin'
7.Atomic Punk
8.Feel Your Love Tonight
9.Little Dreamer
10.Ice Cream Man
11.On Fire
>> INFO
GRUPPO: Van Halen

TITOLO: Van Halen

ETICHETTA: WB

ANNO: 1978

GENERE: Hard Rock

DURATA: 35:13

WEB SITE: www.van-halen.com

>> RECENSIONE
Negli anni ’70 proliferò la moda commerciale dell’hard rock reazionario a tinte glam e pop, figurato da: scenario live in primis, isterie di fans, doti vocali estese a regioni medio-alte, riffs metal, suono artificiale. Questo amalgama era suffragato dalla mentalità yuppie e dalla negligenza a problematiche e quesiti intellettuali, sospinto dalla propensione alla licenziosità e allo stravizio negli smodati e pruriginosi party o baccanali collettivi, identificandosi entro una condotta marionetta del piacere fisico.
Lungi dal moralizzare tale stile di vita, mi propongo di rimembrare un discreto esempio di musica hard rock, preparato ad un incremento sonoro (guitar-hero) teso a valorizzare, come già esposto sotto altri indumenti, l’esecutore perito, l’assolo al fulmicotone, rigorosamente sulle note più acute (sintomo di scaltrezza tecnica e luogo comune “obbligato” per tutti i chitarristi solisti ipertrofici e indubbiamente talentuosi), il fonos che non è più hard rock, bensì almeno quantitativamente elevato e quindi, in ultima analisi, a predisporre alle orecchie dell’ascoltatore più la forma rispetto all’anima ambiziosa e vogliosa di linguaggio allegorico innovativo.
Certamente la mia mente critica non poteva esimersi dalla speculazione di un ambito che, opportunamente osservato, subisce punti di discussione riguardo alle bastevoli contraddizioni a farne oggetto di interesse aldilà delle mere melodie pro-’80, pro-ricchezza (degna colonna sonora del capolavoro Vice City a conti fatti).
Le divergenze interne specifiche sono infatti presenti, ma celate nemmeno troppo bene: perciò il debutto omonimo dei Van Halen (questo è l’ambito tanto voluminosamente accennato in precedenza) è filtrato attraverso la mia tastiera intransigente.
Uscito nel 1978, Van Halen propone un suono pulito e ascetico nel proprio intrinseco brio energico, essendo stato influenzato da quel rigore formale e sperimentale nel cuore (ivi comprensibilmente omesso) della new wave (dal 1976 sulla cresta dell’onda artistica musicale) di casa a New York, dalla sponda opposta nei confronti del gruppo californiano di Pasadena (località meno intellettuale, più fisica, ma sempre prettamente cittadina e metropolitana): ecco il motivo della sensazione “disco” e plasticata dell’opera.
D’altro canto i cori e l’energia da palco rimandano decisamente all’arena rock, stile effimero valorizzato definitivamente da I Against I dei Bad Brains 8 anni dopo.
Surclassato lo scoglio del sintetico briefing preliminare, occorre valorizzare nei giusti limiti la caratura del quartetto: il bassista e il batterista sono intorno all’anonimato (rispettivamente Michael Anthony e Alex Van Halen), mentre il vocalist David Lee Roth incarna una tradizione hard rock dura a morire, nel nostro caso almeno però discretamente efficiente.
Voltiamo pagina, anzi cambiamo libro per quanto riguarda il chitarrista, prendiamo quello della storia....no.
Nemmeno la storia artistica è raggiunta in qualche modo dall’ensemble, poiché il celeberrimo Eddie Van Halen sarà un esecutore eccezionale e fuoriclasse (astrusità tecniche), ma la sua dedizione allo strumento non è certo al servizio di un’elaborazione particolare (Hendrix intanto unì l’hard-rock da lui inventato e lo psycho-rock, quindi è già qualcosa…), e la composizione è prevedibile, infarcita di mid-tempo un po’ altezzosi, semplici, ma resi con un’ampollosità a tratti indigesta.
Epos di sciamannati lavoranti americani in verve egregia, perché Van Halen, ammesso tutto, è esattamente ciò che un fanatico dell’ottimismo ottantino può bramare: inconsistenza lucida e precisa, umori mai esageratamente positivi, ma determinati al proseguire per la via live, della massa indistinguibile e fluttuante nei concerti.
Melos adesso e metal poi chiudono il cerchio (dotato dell’assolo di Eruption e delle covers di You Really Got Me di Kinks e Ice Cream Man di Brim) argenteo nel rendere la passione superficiale di un decennio che, alla registrazione di questo disco, non era nemmeno incominciato, ma già lasciava prevedersi.
>> GIUDIZIO
VOTO: 7+

ARTWORK: 3

TECNICA: 8

ORIGINALITA': 6/7

LONGEVITA': 5.5

PRODUZIONE: 7.5

PERSONALITA': 7/8
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