Hypocrisy - Virus
Anno: 2005
Genere: Death Metal
Etichetta: Nuclear Blast
Durata: 42:27
Autore: AliceInHell
Voto: 7.5
Un bel dischettino sfizioso questo “Virus”. Un bel dischettino sfizioso di un bel death metal sfizioso. Sono mesi ormai che passa nel mio lettore e non mi ha ancora annoiata. Forse perché non mi ha mai definitivamente travolta, e allora capirete che la bufera se non c’è ancora stata non può nemmeno passare.
Gli Hypocrisy del buon Tagtgren tornano ad invaderci dalla loro Scandinavia con un treno di note effettivamente ben costruite. Montate una sull’altra in uno di quei modi che non possono sbagliare. In uno di quei modi che sono più tutto un sommare e sottrarre che un disegnare a mano libera.
E il risultato? Si può ben dire che con i calcoli non si fanno capolavori, certo. Si può ben dire che gli Hypocrisy la loro carriera decennale l’hanno fatta anche spennellando, ed ora che fanno le operazioni va un po’ peggio con le cose. Sì, è vero. Però alla fine l’esito ci sta bene. Viene su un numero bello tondo e soddisfatto. Scomponibile in undici brani di cui nessuno è superfluo.
Fin dalla prima “Warpath” si assaporano le atmosfere dell’album: un death abbastanza potente, condito di assaggi di scream e di un growl caldo e travolgente; alla batteria le bastonate dell’ex-Immortal Horgh; su tutto una spolverata di tastiere decisamente convincente. Il suono avvolgente di base si arricchisce inoltre di spunti che sfumano nel black, e a volte anche nel death-core (come nella veloce “Craving For Another Killing”). Segnalo anche, più per deviazione personale che per reale interesse, una somiglianza schiacciante tra il riff conclusivo di “Scrutinized” e il tema portante di “Blood And Thunder” dei Mastodon (che poi ce ne fregasse qualcosa!).
Dal principio si va giù per una scarpata senza saliscendi emotivi: si alternano brani bastardi a proposte più orecchiabili (come “Fearless”, la bellissima “A Thousand Lies” o la conclusiva “Living To Die”) senza perdere la voglia di correre giù rotolando tra i sassi.
La sensazione che dà un disco del genere è quella del desiderio di cadere. Di lasciar perdere la vita quotidiana, e cadere. “Virus” è un album che dà la vertigine del crollo. L’idea dello strapiombo da affrontare non come sfida ma come unica via d’uscita. E in questo gli Hypocrisy sono sempre stati bravi: al di là della pausa di riflessione presa con “Catch 22”, hanno sempre saputo strattonare con una certa classe.
Il death metal a mio parere non è un genere sottovalutabile. Non è un genere infantile. E’ un intero sistema di coordinate, una terapia fatta e finita. Gli Hypocrisy hanno scritto un frammento della sua storia, e anche con quest’ultimo lavoro suggellano la loro firma. La coronano di un timbro, o di una colata di ceralacca.
Lasciano la porta aperta e si godono il rassicurante frastuono della loro musica.

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