Iron Maiden - The X-factor
Anno: 1995
Genere: Heavy Metal
Etichetta: EMI
Durata: 70:54
Autore: Burning
Voto: 5
Guai in vista per gli Iron Maiden: siamo catapultati nel lontano 1995 e la situazione per il quintetto londinese era precaria, il futuro era grigio; dopo l’eccellente Live At Donington (non privo a dire il vero da palesi errori di produzione), i due live ufficiali (il precedente era un semi-bootleg per via della VHS originariamente allegata) A Real\Dead Live One e il previsto abbandono di Dickinson, tutto ciò che contava veramente nel gruppo inglese (il cantante, anche perché l’ispirazione di Harris se ne era andata con No Prayer For The Dying) doveva essere trasformato e migliorato: poteva essere un successo o un disastro. Dopo aver reclutato Blaze Bailey, cantante ingiustamente criticato per non avere “la voce di Bruce Dickinson”, molto più a suo agio nei toni medio-bassi, gli Iron entrano in sala d’incisione e non ve ne escono fino al 1995. In X-Factor i rischi presi dalla band sono evidenti, prima di tutti il magniloquente ma spettacolare Sign of the Cross: vero e proprio punto d’incontro tra canto profano (costituito con l’ausilio del Xpression Choir, un coro di veri monaci spagnoli), un’apnea sepolcrale nel gothic. La successiva rimane su ottimi livelli, un po’ rovinata dagli strumenti troppo lineari, ma stupenda dal punto di vista canoro: è Lord of the Flies, provvista di un ritornello unico, inimitabile, epico e di strofe sognanti. La successiva è uno dei classici singoli speed al tritolo che solitamente aprono gli album; questo è invece alla terza posizione ed è un inno di dirompente efficacia, correlato da un video molto bello e caratteristico. Dopo tre canzoni riuscite e di discreta atmosfera, Fortunes of War rimane una traccia dall’incidere solenne ma cincischiante e alla lunga poco incisiva; nonostante questo, il drammatico crescendo regala al brano una buona personalità, anche se il povero Bailey non pare molto a suo agio nel buon ritornello di ordinaria amministrazione del gruppo. Look for the Truth inizia pacatamente e prosegue epicamente, condito dalle controllate e, ancora un volta, solenni urla di Bailey. Aftermath segue le coordinate dei precedenti brani troppo alla lettera, assestandosi su livelli mediocri nelle strofe e sufficienti nel ritornello. Judgment of Heaven continua per la stessa strada, spostando di nulla l’asse compositivo della band, legata sempre alla stessa canzone, più volte riproposta con poca originalità: inizio melodico imperante il basso, strofe veloci, ritornelli epici a (mica tanto) scuarciagola e assoli cristallini. Le idee riguardo alle liriche di Bailey sono appena abbozzate (dicono molto meglio di quelle della sua carriera solista), ma comunque pertinenti “all’ambient” dell’album. La successiva, anonima Blood On the World’s Hands procede non molto sicura verso la fine e senza cambiamenti degni di nota, confermando il risultato disastroso accenato all’inizio recensione, dominando sulla speranza di udire anche solo ottime canzoni come l’eccellente trittico iniziale. The Edge of Darkness è una nenia che si sente appena, almeno all’inizio, assolutamente scontata e prevedibile, ispirata alla guerra del vietnam. 2 A.M. è una ballata scontata: un tema già sviluppato miliardi di volte da tutti i gruppi punk in circolazione. Musicalmente non è granchè, ma discretamente epica nel ritornello e abbastanza malinconica. Unbeliever non illude l’ascoltatore con un inizio melodico, ma ci arriva dopo, evolvendosi finalmente in modo diverso e si dipana in vari modi e si divide in diverse parti: il risultato finale è, purtroppo, noia. Se le premesse iniziali alzano notevolmente questo album e avevano fatto ben sperare, il resto è manierismo maideniano trito e ritrito che nel 1995 aveva poco senso, figuriamoci oggi. Un disastro quindi? In linea di massima direi di sì, anche se X-Factor non merita eccessive critiche, non essendo di per sé brutto, bensì mediocre e scontato, il che vuol dire che non lascia il segno, né nel bene, né nel male: rimane solo un disco privo di personalità e poco incisivo; da qualunque parte lo si veda, non convince. Migliore Dance of the Death, più composito, strutturato, personale e a suo modo sufficientemente innovativo.

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