Green Carnation - The quiet offspring
Anno: 2005
Genere: Prog Rock
Etichetta: Season of Mist
Durata: 55:03
Autore: AliceInHell
Voto: 8-
Questo è un disco che mi ha dato del filo da torcere. Mi ha fatto scervellare. Mi ha fatto scovare legami inesistenti e forzare le porte della percezione.
Un’enorme aspettativa ha nutrito i miei primi passi nel sottobosco di “The Quiet Offspring”. Le mie gambe erano pronte a ritrovarsi in un pantano cupo e intricato di sogni. Erano preparate ad un viaggio faticoso e colmo di notti senza luna. Erano pronte a fermarsi ad ogni brano per cercare respiro. A spogliarsi di ogni speranza per proseguire senza il fardello delle illusioni.
Quando la musica è iniziata, tutto questo è svanito.

L’ultimo lavoro dei Green Carnation muove le sue fila proseguendo il discorso intavolato con il precedente “A Blessing In Disguise”, e si allontana definitivamente dallo stile “In The Woods…” per lambire le terre accoglienti e prive di troppi spigoli del rock. Ma rock? Ma rock cosa significa? Non significa di certo una sola cosa. E in questo caso, in effetti, ogni senso plausibile è pur sempre lontano dal concetto che vorrei saper esprimere a parole. Una recensione non ha molto senso di esistere nel momento in cui la scrittura è insufficiente. Ma chi si sia accostato a questo disco nel mio stesso stato d’animo, e con un background pesante dietro le spalle, credo sia rimasto privo di riferimenti nel mio stesso modo. Questo è un rock dal facile –facilissimo- ascolto per chi non abbia nel cuore la creatura Green Carnation. E’ molto di più –ma anche molto di meno- per chi questa creatura la sente dentro e la nutre ogni giorno con il proprio amore. Sono settimane che ci penso. La band del grande Tchort sa ammaliare quando vuole. Sa sovvertire i canoni e contaminare il dolore con la luce, e la speranza con la morte. Qui prende i colori e dipinge un quadro dalle mille sfumature di verde. Lo fa con melodie sempre in bilico tra il “troppo leggero” e il “troppo bello”. Lo fa con un Hammond meraviglioso che alle mie orecchie suona come lo strumento più intenso e nello stesso tempo più sfuggente di tutta l’opera. Lo fa con momenti di malinconica trasognante sofferenza e con altri di potente raffinata rinascita. La luce filtra costantemente tra gli alberi del bosco. Ricama note trasparenti e poi di colpo pesanti. Mette in scena dialoghi dalla bellezza suggestiva, e poi fa calare il sipario con un solo strattone. Momenti dalla innaturale profondità emotiva si alternano a pause in cui lo stile passa ad un registro di media intensità ma che non cala mai del tutto di tono. La tragedia percepibile in “A Blessing In Disguise” ma soprattutto nel capolavoro “Lights Of Day, Day Of Darkness” si tramuta qui in un sentimento cangiante e poliedrico. Non sto parlando di sentimenti e dimenticando che questa è musica. Semplicemente la musica e i sentimenti sono una cosa sola. C’è identità di concetti. Stesso piano esistenziale. E in questo lavoro, come in tutti gli altri, le due essenze ai miei occhi risultano quanto mai inscindibili. Come non riesco a dare una forma statica alla natura delle emozioni che queste note portano con sé, così non riesco ad intrappolare in una parola definita il genere di questo album. Prog rock, rock anni ’70, post-metal. Non so che cosa scegliere, ogni termine mi sembra appartenente ad una lingua imperfetta. Questi vocaboli sono in vetrina, mentre questa musica non è in vendita. Stralci di metal si riconoscono senza dubbio alcuno (per esempio nella cavalcata di “Pile Of Doubt” o nel gotico, chiaroscuro scenario dipinto in “Child’s Play” - Parti 1 e 2), ma a cosa servirebbe appiccicare questa etichetta? L’organo anni ’70 dona la sua impronta fantastica a tutta l’opera, ma basta questo per parlare di prog rock? La voce di Kjetil Nordhus in alcuni angoli mi riporta addirittura a quella di Layne Staley, ma come si fa a non sussurrarlo soltanto questo paragone?
Abbandono quindi ogni tentativo di razionalizzazione, anche se faccio fatica a spogliarmi delle mie aspettative. Se “A Blessing In Disguise” è un grande lavoro, questo è un grande lavoro ma un pochino di meno. Cresce in raffinatezza, perde in immediatezza. Cresce nei particolari, perde nel risultato complessivo. Cresce in ogni singola pennellata di luce, perde nel colpo d’occhio ammaliante che solo una tela nera riesce a catturarsi.
L’artwork mi aiuta nel perdere il contatto con la realtà: e se l’angoscia è resa tutta luminosa da questo verde speranza, invece -in verità- continua ad intridere tutto fino all’osso.
Terra, piante, volti, anime.

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