Napalm Death - The code is red... long live the code
Anno: 2005
Genere: Grindcore
Etichetta: Century Media
Durata: 50:08
Autore: TL1000R
Voto: 7.5
Napalm Death, un nome che ha detto tanto, un nome che dice ancora molto. I famosissimi grindcorer passati alla storia proprio per aver dato eccellenti lavori all’intero di questo genere (e oltre) e soprattutto band di culto della scena estrema, hanno dato alla luce una nuova fatica “The Code Is Red...Long Live The Code”. Il lavoro era attesissimo ed i Napalm Death non si sono tirati indietro; con nuove influenze e nuovi spunti (apprezzabili o no) fanno sempre parlare di sé. Dopo circa 20 anni dal capolavoro che li ha lanciati nella scena grindcore estrema, cioè quello SCUM che ha scombussolato interamente il mondo metal con brani infuriatissimi ed irruenti come poche altre band potevano immaginare, ecco arrivare nuove idee per molti versi attinenti al sound di fabbrica, per altri nuove. L’album, numerosissimo di brani ma non lunghissimo di durata come sempre in tradizione Napalm Death, si apre con una certa “Silente Is Deafening” che già dal titolo (“Il Silenzio è Assordante”) fa zittire chiunque ha presagito una mossa commerciale (in un periodo in cui di commerciale c’è già troppo in giro). La forza impetuosa parte subito con un growl d’impatto che continua per tutta la lunghezza del brano e va oltre entrando fin dentro i timpani; la varietà musicale è dichiarata e molte sono le influenza black metal che entrano in gioco, senza però stravolgere il genere né presentare stacchi di influenze spezzafiato. Tutto corre lineare, come se fosse un unico pensiero di 3,50 minuti che vive incalzante dentro la mente di coloro che lo hanno generato. Ancora una volta le intenzioni sono ben scandite, con una seconda parte del brano che va a braccetto con i Celtic Frost più incazzati che mai e sempre assatanata di vendetta. Dopo “Right You Are”, brano di 55 secondi netti, senza fronzoli ed impurità, giunge “Diplomatic Immunity” raggiante nella sua sonorità ma cupo nella sua violenza. Il pensiero continua a vivere e le sonorità black si fanno vive come non mai; sembra di vedere i Cradle Of Filth che annuiscono ascoltando questo pezzo dinanzi alla salezza insonorizzata ma che non trattiene i watt di potenza, il growling che strizza l’occhio a Dany e lascia spazio alla epocale title track. “The Code Is Red...Long Live The Code” è soffocamente proclamato senza peli sulla lingua in aperture della song, la grancassa entra fin dentro i polmoni e non dà possibilità alcuna di far circolare ossigeno. L’headbanging è forzato ed inarrestabile, la furia assassina che si arresta di tanto in tanto, causa ottimi bridge ben fatti, segue un rullante scalmanato che dà il ritmo a suon di picchi impetuosi. Il tempo cambia, i riff si aprono ed ecco l’evoluzione del gruppo che si fa avanti e prosegue da sola lasciando il vuoto dietro di sé e presentando “Climate Controllers”. Cosa potrebbe essere detto a questo punto? Forse l’album è già stato riassunto nei primi 4 pezzi?? Assolutamente no!La potenza desertica di un gruppo che propone grind non può limitarsi a poche tracks ma deve continuare fino all’ultimo dannato minuto, ed i Napalm Death in questo non si tirano indietro. Molto poco grezzo rispetto alle precedenti (soprattutto le prime) uscite e ben studiato nonostante sembri tutto sputato in faccia all’ascoltatore. Thrash anni 80 in primo piano dando priorità alla compattezza del riffing che non alla velocità pura e questo ci manda direttamente all’inferno! Continua la saga delle “3 minutes songs” che per i Napalm è fenomeno alquanto strano ma sicuramente degno di lode, con “Instruments Of Persuasion” con stacchi da paura e timore mescolati ad inquietudine e controllo. Degno di lode il lavoro del drummer, onnipresente in ogni piccolo ma lunghissimo istante. “The Great And The Good” ci avvicina molto di più a ciò che i Napalm Death ci hanno da sempre abituati rappresentando la reale tramutazione della band da come era nata fino ai giorni nostri, in cui si intromettono “giustamente” delle influenze più attuali. Spunta all’improvviso una voce “alla Belladonna” ma nulla si calma né sembra arrestarsi, anzi i tempi si fanno sempre più veloci. Gli Slayer sono belli che sorpassati! STOP, il basso incalza come in un concerto emopunk, la doppia voce avanza chiara, limpida ma sempre oscura e tenebrosa, le idee del gruppo si fanno sempre più disarmanti, il grind riprende per non mollare. 4,12 minuti, è una vera sorpresa! Così si prosegue con “Sold Short” ed il suo thrash rinato nonché uno spiccato drummer che ancora una volta dice la sua in modo pregevole, “All Hail The Grey Dawn” che ci dimostra come la medesima proposta può essere varia e piacevolissima allo stesso tempo senza bisogno di doversi inventare l’impossibile. La fretta è disarmante ma lungi dal divenire approssimazione, anzi degna sposa con la tecnica e la cura dei dettagli…quanti arrangiamenti ben fatti ci sono in questi disco! La carica, l’adrenalina, sono solo le prime sensazioni che vi faranno pizzicare la lingua ad un primo ascolto e ben presto capaci di tramutarsi in rabbia, distruzione e desiderio di voler cambiare un qualcosa che è sempre migliorabile ma di cui non si conosce l’esistenza; sensazioni, emozioni variegate ma rivestite di una pelle amara e difficile da tirar via. Anche “Vegetative State” ha qualche richiamo agli Slayer e si avvicina alla title track in quanto a riff, ma sempre fresca all’interno del lotto e d’impatto come non potrebbe non essere una Napalm Death’s song. Così anche “Pay For The Privilege Of Beathing (di nuovo un titolo che trasmette già tutto) e “Pledge Yourself To You”, quest’ultima quasi sinfonica nella prima parte, distruttiva e ruggente nella seconda. L’inquietudine prosegue per “Strading Purposefully Backwards” ma è in realtà in “Morale” che si scorge un orizzonte diverso: la voce diventa più industrial, la sezione ritmica, notevolmente differente, custodisce un’anima singhiozzante, i tempi si rallentano, le chitarre sembrano in secondo piano ma non sono per nulla meno influenti, la durata di 4,46 minuti (incoronandola a song più lunga del lotto) faceva presagire ad una ballad (impossibile in un album targato Napalm Death) ma in realtà risulta essere un intermezzo, sì un intermezzo più lungo degli altri brani, ma che lascia spazio ad una canzone ancora più inquieta “Our Pain Is Their Power…”. 2 strumentali di certo differenti ma non per questo fuori luogo che sanciscono aleatorietà sul destino di questa famigerata band. Aleatorietà per un attimo nascosta dalla bonus track “Losers”, lanciata, ma che finisce per riprendere i temi principali dell’intero full-lenght. Cosa ci hanno lasciato i Napalm Death? Sicuramente un ottimo disco, come pochi hanno il coraggio di sfornare. A metà strada tra quello per cui sono riconosciuti nel mondo, e ciò per cui nessuno si aspettava fossero, non futuristico ma sicuramente moderno.

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