Anno: 2006
Genere: Acoustic Rock
Etichetta: The End Records
Durata: 43:29
Autore: AliceInHell
Voto: 8
Per un attimo ho ricevuto la preghiera di entrare in un mondo da sogno: lì per me, da aprire con un calcio alla porta e bere alla goccia. Da cui farmi ricoprire, attraversare, ossessivamente avviluppare. Un universo di chitarre, archi, violini e violoncelli. Di toni che da sussurro si fanno urla in un microfono e poi tornano a bisbigliare la buonanotte nel letto. Di accenti stati anni ricordi amici sogni stili di vita diversi.
Di questo mondo avrebbe fatto parte che anche la voce di Kjetil Nordhus.
I Green Carnation trovano nello spazio soffuso della dimensione acustica la loro strada ideale in questo momento della loro carriera: dopo il prog-rock che con “The Quiet Offspring” aveva segnato un altro passo di allontanamento dalle sonorità di “Lights Of Day, Day Of Darkness”, ora con questo nuovissimo “The Acoustic Verses” proseguono in un cammino artistico maturo e tutt’altro che prevedibile.
Suggellano uno stile ormai inconfondibile confrontandosi con le atmosfere rarefatte della malinconica strada del folk. E stabilendo contatti e agganci struggenti con passaggi alla Anathema o Antimatter (in “Maybe?” soprattutto), marcano solidamente la loro strutturata impronta, senza perdere nemmeno per un istante la consapevolezza della propria individuale promessa.
La band di Tchort si dimostra immersa in quello stadio dell’anima che –non c’è niente da fare- segna la differenza di livello tra gli artisti. Sa scavare ovunque a piene mani nell’interiorità della musica. E si sente come lo faccia senza pensare.
Se c’è una cosa che ho imparato in questo ultimo periodo, quella è la totale naturalezza con cui un musicista di questo stampo compone la sua storia tra le corde della sua chitarra o il bianco e nero dei tasti del suo pianoforte. Noi, al di qua della strada, li si guarda ammirati. Si cercano parole in grado di commentare il loro lavoro, immagini per trasporre in arte una semplice sequenza di note. Noi, al di qua della strada, li si guarda con gli occhi colmi di lacrime e meraviglia. E spesso si sta senza parole: senza capire, fondamentalmente, che le parole non servono. O meglio, non è che non servano: semplicemente sono una via parallela alla musica, e non una strada che nella musica si inoltra, come vorremmo credere noi pieni di speranza. No, non è così. Come in essa non si inoltra la vita. Bene o male, difficile a credersi, la musica sta da un lato: e la vita, insieme alle parole, dall’altro.
“The Burden Is Mine… Alone”, “Alone” e la strumentale, meravigliosa e attesa “Child’s Play Part III” sono le perle di un cofanetto prezioso da aprire senza riserve. E i Green Carnation si impongono sul mio podio personale con la classe che forse non mi aspettavo del tutto.
Elegantemente si posano come foglie autunnali su questo mio senso di vuoto -che le note, invece di colmare, sanno tremendamente enfatizzare.
Voti pieni ed omogenei: per quel qualcosa di invisibile ed imponderabile che segna l’allontanarsi dalle vie della normalità; in silenzio, con le mani in tasca ed il bavero alzato; in un intimo percorso che i Green Carnation rendono pubblico, e quindi –fortunatamente- anche nostro.
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