Iron Maiden - Somewhere In Time
Anno: 1986
Genere: NWOBHM
Etichetta: EMI
Durata: 76:47
Autore: Burning
Voto: 4
Nel 1986 gli Iron Maiden, epigoni del NWOBHM, pubblicarono uno dei loro peggiori album, Somewhere In Time.
Il lavoro è uno scandalizzante tour panoramico degli stereotipi maideniani e della tronfia magniloquenza dell’ensemble londinese.
Abbandonate le riuscite alchimie tra dark, heavy metal e punk, i nostri si gettano a capofitto con Dickinson in una loro forma di epic metal deviata, riadattata ai capricci del gruppo per synths, chitarre elettriche, basso, batteria e voce.
Il canovaccio è il prevedibile elettrocardiogramma di un cadavere, nel quale l’innovazione e la qualità crollano entrambe sotto sferzanti martellate, semplicemente perché già espresso in precedenza (su Number Of The Beast per primo).
L’apertura ha lo squallido impatto di un sottofondo da supermercato e si chiama Caught Somehwere In Time.
Quando si accorge del suono espresso dalle casse, l’ascoltatore riconosce la melodia di Wasted Years, unico discreto guizzo in un album ripetibile e inutile.
Lo scintillio vocale di Dickinson accetta le sembianze dell’oggetto dell’odio, del nervosismo da cancellare: è iniziata Heaven Can Wait, probabilmente la traccia più penosa degli Iron, basata su un ritornello lagnoso e sguaiato stupidamente.
De Ja Vu è il titolo programmatico per un disco inconcepibile, ammorbante, mortificante.
L’artwork eccellente rimpiazza il suono: inascoltabile perché inavvertibile, insulso, inesistente.
Le tracce non analizzate sono come altri 4 soprammobili spostati di 0,7 centimetri a ovest: non cambia nulla, non succede nulla, ma intanto 1,12 ore sono passate e invece di gingillarsi con i lavori più interessanti della musica mondiale ci si accascia al suolo ansimanti, rallegrandosi che un compact disc non può durare più di un’ora e venti e che, per grazia di qualcuno, quest’album risparmia all’ascoltatore ben 3 minuti e 11 secondi in meno circa di quanto potrebbe contenere.

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