Audioslave - Out of exile
Anno: 2005
Genere: Post Grunge
Etichetta: Epic
Durata: 50:58
Autore: Burning
Voto: 7
Dopo 3 anni dal debutto, un ottimo compendio di RATM e Soundgarden, Chris Cornell e gli ex gregari di De La Rocha tornano sulle scene musicali mondiali, proponendo il loro nuovo album, basato su un concept interessante, apparentemente poco originale, ma forse (che io sappia) mai affrontato nel rock: l’esilio. Non c’è che dire, il gruppo si è creato una forma, una scorza sicuramente d’effetto; ma i risultati valgono il successo e le idee teoriche di questo album? Per cominciare devo demoralizzare già la maggiorparte che credevano di aver di fronte a sé un lavoro innovativo: dimenticatelo, Out Of Exile è perfettamente in linea con lo stile del gruppo ma, se il precedente prodotto della compagine era stato un successo basato sull’ottimo equilibrio della voce pop-grunge di Cornell e della furia RATM, questo pende di più dalla parte delle ballate psichedeliche (alla Superunknown per intenderci); in sé e per sé, quindi, Out Of Exile non è affatto negativo, ma manca di originalità. Il risultato finale, seppur di classe, mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca e sono rimasto deluso parecchio al primo ascolto, per poi recuperare un minimo di fredda analisi critica, essenziale per recensire e valutare il disco. You Time Has Come possiede un riff copiato dai Metallica di Reload (Bad Seed se non erro) ed è un’ottima apertura al ruvido sapor d’Audioslave. La successiva Out Of Exile si dedica alla tristezza, a volte melodica e tranquilla, altre volte reattiva e vigorosa, su livelli medi. Be Yourself è un singolo memorizzabile ma di buon livello, con un ritornello pop ed un riff riuscito; ispirato soprattutto l’assolo. Doesn’t Remind Me sembra tratto dai Dandy Warhols con chitarre smaccatamente rockabilly-pop ed un riff piacevole ed è vagamente evocativa: un dandy esiliato, non è troppo dissonante? Drown Me Slowly è un inno martellante ed apocalittico tra Soundgarden e RATM (le due anime della band), ma si è sentito di meglio e purtroppo sinora nessuna traccia ha raggiunto i livelli del debutto, più acerbo ma di maggior qualità e diretto. Intendiamoci, l’anima malinconica della band, già percepita dalla copertina, rappresenta un’ottima strada evolutiva da percorrere, ma la qualità rimane inferiore a mio parere. La successiva traccia (Heaven’s Dead) si assesta su buoni livelli (è una ballata fascinosa a tratti apocalittica nel suo disfattismo sonoro) e supera rapidamente (o quasi) tutte le precedenti. The Worm è una nuova, ennesima, riproposizione del post-grunge\crossover-alternative metal del quartetto, fortunatamente con un grande ed epico ritornello, supportato però da un complesso positivo ma vagamente noioso. Man Or Animal è a metà tra ruvido Punk e Grunge e porta finalmente una ventata d’aria fresca in termine di qualità: riff incalzante, strofe ben ritmate ed un ritornello di pari efficacia completano, una traccia tra le migliori dell’album (l’apertura, non c’è niente da fare, rievoca il confronto con Cochise e perde); tra le altre cose, Man Or Animal, dura poco, non perdendo mai di conseguenza originalità ed energia. I buoni immediatamente precedenti propositi vengono perpetrati da Yesterday to Tomorrow, un altro pezzo non eccezionale ma buono, supportato ottimamente da un discreto pianoforte nel sottofondo, tra il sacro e il profano. Dandelion è uno scarto dei Soundgarden (melodie stoppate psichedeliche, voce suadente…), ma si assesta su discreti livelli, supportata da un organo, da una parte finale vigorosa leggermente appagante e da un ottimo assolo di Morello. #1 zero è una sonnolente, allucinogena passeggiata notturna, piacevole quanto un cuscino di lino ed originale come l’acqua calda: almeno gli Audioslave non mi fanno soffrire. A metà canzone il solito ispessimento: un riccio che si protegge ma che, com’è conformazione della specie, non attacca. La chiusura è affidata a The Curse (la fuga, il finale dell’epopea di un esule) ed è originalmente dolente, quasi a trasmettere che l’avventura trascorsa sia stata piacevole, degna di nostalgia e di bei ricordi: ormai la vita quotidiana si impossessa persino dell’ipotetico protagonista. Il pezzo è ottimo, per metà romanticismo pop, per metà tristezza grunge e riassume al meglio l’attitudine dell’album, rimandante alle atmosfere del videogioco Myst, un’esperienza unica e indimenticabile, un volo dalla forzata normalità terrena. Out Of Exile finisce qui, snodandosi tra graffiate da puma, ballate alla Cobain ed un concept convincente. Ammetto che ha bisogno di vari ascolti per essere apprezzato appieno: sicuramente è uno degli ultimi positivi baluardi dell’era contemporanea musicale, in attesa di un futuro innovativo e rivoluzionario.

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