Lacrimosa - Lichtgestalt
Anno: 2005
Genere: Gothic
Etichetta: Hall Of Sermon
Durata: 69:59
Autore: tl1000r
Voto: 7
Come back dei Lacrimosa, che abbandonano una Major dopo due album per tornare alla beneamata Hall Of Sermon, casa discografica nata per volontà dell’artistico Tilo Wolff, leader e fondatore del gruppo. I Lacrimosa festeggiano con questa uscita il loro 15° anno di operatività sempre all’insegna di un Gothic molto oscuro e tenebroso che minimizza l’uso delle chitarre ed estremizza l’utilizzo delle tastiere nonché della lingua d’origine del singer, il tedesco, al fine di conferire più rudezza ai brani. Un ottimo album da ascoltare in camera, possibilmente al buio, molto riflessivo e pieno di emozioni da ritrovare tutte nella scelta delle linee vocali nonché nelle leggiadre, a volte, e crude note spirate da Tilo. Non un caposaldo se confrontato alle varie uscite Gothic che si sono succedute negli anni ed alle atmosfere standard ormai propinate in quasi tutte le salse. C’è però un alone di novità che si nasconde dietro le varie tracce.
L’artwork rappresenta una prosecuzione di “Echos” l’album precedente: lo scenario montuoso verso il quale si dirigeva il veliero dopo aver abbandonato il mare aperto costituisce ora il punto di partenza per un nuovo viaggio, stavolta verso il cielo. Il personaggio raffigurato in copertina è la nuova incarnazione del clown che caratterizza tutte le cover della band, ora spogliato del proprio costume, abbandonato in un angolo e libero di mostrare la propria reale identità. Non è ben chiara la sua figura: angelo portatore di luce o entità delle tenebre ma di certo affascina.
Nell’opener, ad esempio, l’alone di cui si diceva prima non viene né annoverato né tanto meno sfiorato mentre sono da citare i brevi e duri riff molto in stile Dream Theater (ultime uscite). In sostanza non si tratta di un brano che fa gridare al capolavoro.
In “Kelch Der Liebe” sono lampanti le influenze dei maestri My Dying Bride e degli Evereve; qualche passaggio è degno di nota non solo per un corretto uso delle tastiere, non eccessivamente profuse ma significative, ma anche per un costante e dichiarato amore verso l’oscurità che sfocia in un sound cupo ed introverso, per l’appunto molto riflessivo. La title track, per altro non lunghissima rispetto agli altri brani, sa molto di Alice Cooper, molto teatrale è incentrata su di una strofa ed un ritornello ripetuti N volte. Niente variazioni, niente alterazioni, niente sorprese e il fatto che lo sia proprio una traccia dallo stesso nome dell’album ci fa pensare ad una scelta abbastanza voluta. La voce diviene molto gutturale, ma oltre a ciò non c’è veramente nulla da aggiungere.
Con “Nachtschatten” si inizia ad ascoltare qualcosa di interessante, qualcosa che vuole distinguersi, che vuole cercare di mettere in gioco la proprio personalità. Dimenticate il metal, questo è puro gothic orchestrale, con archi e violini, voce suadente, tempi ben cadenzati ed atmosfere lugubri: benvenuti nel regno dei morti. Prolungata volontariamente, ha il gusto di un’opera ben costruita che in crescendo esplode sul finale con un’energia sprigionata dal profondo.
Iniziano gli unici brani parzialmente in inglese dell’album, “My Last Goodbye” e “The Party Is Over”, con l’ingresso di Anne Nurmi alla voce che seduce e conquista. A tratti sembra davvero di ascoltare il buon vecchio Cooper che si imbatte in una sceneggiatura intricata ma il sound che accompagna è ben diverso, le chitarre tornano in primo piano condite da un basso molto suadente e deliziosamente arrangiato che premia la voce di Anne molto ben calibrata.
L’album scorre con la giusta lentezza ed è scritto proprio per chi vuole gustare di quest’opera con la massima calma, ricercando una quite intrisa in ogni singola nota di “The Party Is Over”, brano pieno di agonia e dolore, quasi espressione di una sconfitta subita, abbandonata da tutte le forme di speranza. Il sapore è bello e speziato soprattutto se confrontato con le sonorità fin qui proposte, le pene sfociano nella serenità fin quando la festa finisce sul serio. Successivamente riprendono il palcoscenico i riff duri proposti all’inizio, con un sapore vagamente Rammstein, ma che fa a cazzotti col brano precedente. Una convincente picchiata, forte di un’interpretazione a 360° di ciò che si intende, nel 2005, per Gothic.
Si giunge così all’ultimo pezzo, che con la durata di 14.30 minuti si affida totalmente all’orchestrale con un sottile sapore di epico e smielato. Sicuramente un bel pezzo, una potenziale colonna sonora, che rimarca le oscure intenzioni di Tilo, ben chiare da quando il cd ha iniziato a girare. Si gode anche di un assolo, nulla di ipertecnico ma qualcosa che funge da ingrediente per una ricetta studiata e ben preparata senza dar adito a sperimentazione alcuna.
L’album contiene anche una bonus track, è ripresa “The Party Is Over” e suonata interamente al piano da un Tilo veramente ispirato. Il pianoforte, si sa, dona un valore unico ad ogni brano e le dita di Tilo Wolff sanno davvero come muoversi; un pezzo ce va dritto al cuore e colpisce nel segno. Come definire questa uscita dei Lacrimosa? Sicuramente reclusa per gli appassionati del genere, non eclettica ma spesso relegata alla sua natura, che può tramutarsi sì in un punto di forza se ben sviluppata ma anche in una limitazione creativa. Un ascolto però è consigliato a tutti.

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