Anno: 1980
Genere: Heavy Metal
Etichetta: EMI
Durata: 41:14
Autore: Burning
Voto: 9.5
1980, in una Londra malfamata e soggetta ad una crisi economica, cinque giovani musicisti, forti della precedente pubblicazione,
Soundhouse Tapes (1979), registrano uno dei lavori più importanti e scioccanti dell’Heavy Metal, che ha dato il via a un movimento
(new wave of british heavy metal) e ha rappresentato uno terremoto sonoro e sociale di vastissime proporzioni: Iron Maiden.
Le canzoni certamente sono qualcosa di esplosivo e mai sentito prima: Hard rock, irruenza punk, melodia prog-psichedelica ed un’epicità
cara solo al genere da questi coniato.
Assieme ad un mito nasce anche una mascotte destinata ad infiammare i futuri concerti della band: Eddie, un mostro rappresentante
l’intero percorso evolutivo del gruppo, rispecchiandone lo stato morale e fisico, i pensieri e quant’altro possono esprimere i
musicisti inglesi.
Il basso di Harris, la chitarra di Dave Murray e la grandissima voce di Di Anno prevalgono sulla batteria di Clive Burr; l’altro
membro della band, Dennis Stratton, non sembra nemmeno all’altezza dei futuri paladini del metal.
Portiamoci ora sul tema più importante di tale opera: le singole composizioni.
Putroppo la pecca più grande di Iron Maiden risiede nella produzione, di mediocre qualità, realizzata da un tale Will Malone che
definiva il gruppo londinese come “dei punk incapaci”: inutile affermare che aveva torto.
Prowler, musicalmente ineccepibile si basa però su liriche piuttosto elementari e innocue (“… puoi vedermi strisciare dietro i cespugli
con la zip aperta, lo vedi baby, è originale!” e via di seguito).
Speed rock piacevole ed in ogni modo innovativo.
Originariamente la seconda traccia doveva essere affidata a Remember Tomorrow, anche se nelle successive ristampe dell’album è stata
superata da Sanctuary che, in altri casi, è stata inserita prima di Charlotte the Harlot.
La mia versione si accoda a quest’ultima serie e quindi la seconda canzone rimane Remember Tomorrow, dedicata dal singer al padre morto.
L’inizio particolarmente melodico rappresenta l’ispirazione per lo stile maturato successivamente con Dickinson: più orchestrato e ancor
più epico, con tratti melodici progressive semplicemente pregevoli, il refrain è veramente un esplosione carica di energia e di
adrenalina per poi velocizzarsi a mò di cavalcata per aprire al riff, alla strofa o, verso la fine della canzone, agli splendidi assoli
di Murray.
La celeberrima Running Free è indescrivibile: più che una song vera e propria è una dichiarazione di libertà, spaventosa, cantata a
scuarciagola da un Di Anno strepitoso; è veloce, ma non troppo, è epicissima ma non talmente tanto da essere molesta o ossessiva: è un
grande capolavoro.
Parte in quarta con ritmo travolgente ed incalzante; la batteria sfocia addiritura in un suono tribale dettando i tempi assieme ad un
basso preciso e la voce è aggressiva, ma cela anche una notevole melodia.
La successiva è nientemeno che Phantom at the Opera e siamo ancora su livelli che dire eccelsi è veramente dire poco: le caratteristiche
sono quelle della precedente, ma ispirandosi ad un tipico personaggio della fantasia horror risulta più cupa, intrigante e misteriosa.
Le parti melodiche sono condite da una certa psichedelia che lascia positivamente interdetti e spiazzati.
Transylvania è uno sfogo energico che carica i fans durante i concerti e nel quale tutti gli strumenti compiono un lavoro egregio,
soprattutto la chitarra che, forse per la prima volta in tutto l’album, supera il basso in termini di importanza.
Ancora una volta i formidabili cambi di tempo lasciano all’ascoltatore tanta meraviglia e ammirazione.
Strange World è una considerazione pessimistica sulla realtà e il cantante, un po’ scoraggiato seppur non privo di potenza, intona
una traccia melodica di pregevole fattura condita dagli splendidi assoli di Murray, forse troppo melodica per i metallari. Ancora una
volta spunta quell’attitudine prog tanto cara ai Maiden.
Charlotte the Harlot è la considerazione più nuda e cruda della realtà, ma anche quella che più si avvicina alla vera società inglese
a cavallo tra ottanta e novanta.
Iron Maiden è dedicata alla celebre tortura della vergine di Norimberga dalla quale i nostri hanno preso il monicker: non poteva esserci
una chiusura più autoreferenziale di questa.
Appena uscito, Iron Maiden pose sul piedistallo dei fans e della critica musicale i loro creatori e il loro stile, tanto particolare
quanto immediatamente riconsocibile.
Considerati come i migliori esponenti del pur immenso movimento NWOBHM, i Nostri si sono poi evoluti verso un sound tanto caro a Harris,
che non era riuscito molto ad apparire con la presenza di Paul Di Anno, bensì con quella di Bruce Dickinson.
Sicuramente album come the Number of the Beast e Seventh son of a Seventh son sono incredibili e ricchi di personalità, ma Iron Maiden,
con tutto quello che ha scatenato e suscitato, rimane il più importante e significativo del gruppo londinese.
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