Anno: 2003
Genere: Heavy Metal
Etichetta: EMI Music
Durata: 68:05
Autore: Ares
Voto: 8.5
A distanza di 23 anni dall’uscita del primo storico album,
gli Iron Maiden ritornano sul mercato con Dance of Death, un disco dalle mille
sfaccettature, in grado di stupire sia i vecchi che i nuovi fans, senza
tuttavia far gridare al miracolo.
Dobbiamo considerare i Maiden come sono ora, oppure dobbiamo
limitarci ad analizzare il glorioso passato della band? Dance of Death
rappresenta alla perfezione la Vergine di Ferro del 2003: melodia e way of
thinking moderne, al passo con il nuovo millennio; se state cercando sonorita’
eightees, sperando in un ritorno al passato con il come back di Dickinson,
andate pure a riprendere i vecchi album del gruppo, perche’ i dischi fotocopia
sono la tomba di qualsiasi band.
Giusto per smentire tutto quanto detto, i Maiden scelgono
come singolo apri pista dell’album, Wildest Dreams, la canzone piu’ easy-listening
e ruffiana dell’intero disco, costruita su riff molto semplici e veloci ed un
ritornello prepotente, oserei dire quasi da classifica, vista anche la sua
breve durata.
Rainmaker rallenta leggermente il ritmo, ma la strategia e’
la stessa: conquistare facilmente il pubblico senza impegnarlo piu’ di tanto,
proponendo riff abbondantemente collaudati e di rapidissima composizione.
Ma dalla terza traccia inizia la vera svolta di Dance of
Death e i riff si fanno piu’ cupi, articolati, la durata delle canzoni aumenta
vertiginosamente, il basso si fa pulsante.
No more lies si apre con un arpeggio molto oscuro,
accompagnato perfettamente dal basso di Harris, che lascia l’ascoltatore
spiazzato, visto il mood delle due tracce precedenti; ci sono continui cambi di
tempo, melodie orchestrali di sottofondo e la song tende a decollare progressivamente
con il passare dei minuti, sfociando in un ritornello molto aggressivo che ci
dona un Dickinson in splendida forma.
Montsègur e’ la canzone piu’ dura e dal mio punto di vista
anche la piu’ riuscita dell’album; fantastico l’inizio con il duetto
chitarra-basso a intessere una cavalcata d’altri tempi, che dimostra tutta la
sua epicita’ nel ritornello, supportato da un testo dannatamente bello ed
evocativo, in cui viene trattato l’assedio e la caduta della roccaforte di
Montsègur, ultimo baluardo dell’eresia catara.
Le acque si calmano, ed e’ il turno della title-track Dance
of Death, la canzone piu’ lunga dell’album, che impiega addirittura tre minuti
prima di esplodere nella vera e propria danza della morte, in cui le tre
chitarre si alternano magicamente, macinando assoli su assoli e concedendo a
Disckinson un attimo di tregua; il finale mi ha ricordato moltissimo Blood
brothers del precedente Brave New World.
Le successive Gates of Tomorrow e New Frontier, sono invece
due canzoni piu’ dirette, di piu’ semplice assimilazione, ma non sfrontatamente
ruffiane come le due poste in apertura; New Frontier e’ anche la prima song dei
Maiden composta con Nicko McBrain, che dopo una vita passata dietro le pelli da
il suo modesto contributo: senza infamia e senza lode.
Paschendale e’ dopo Montsègur l’altro pezzo “storicamente
impegnato” del disco; questa volta si parla di una della battaglie piu’
sanguinarie avvenute nella Prima Guerra Mondiale e l’atmosfera che i sei
inglesi riescono a creare e’ molto toccante (“Home, far away. From the War, a
chance to live again”). E’ una song molto complessa, tecnica, che vede
alternarsi decine di riff, assoli e cambi di tempo, che si ricongiungono pero’
nelle parti cantate.
Face in the sand e’ da brividi, con i suoi riff malinconici
e duri, basso martellante ed un cantato molto aggressivo e struggente.
Age of innocence non mi ha soddisfatto piu’ tanto; e’ una
canzone piuttosto piatta e monotona, lunghissima, che manca di quello spunto
vincente che solo i Maiden sanno dare; Journeyman mette una tristezza addosso
inaudita, suona quasi come un “addio” e
posta nel finale e’ davvero micidiale.
Dance of Death e’ un buon album, dannatamente Maiden al
100%, ma molto complesso, forse troppo per gli standard del gruppo a cui si era
abituati.
Per me rimane comunque un album BUY OR DIE!
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