Heaven Shall Burn - Antigone
Anno: 2004
Genere: Metalcore
Etichetta: Century Media
Durata: 49:13
Autore: AliceInHell
Voto: 8/9
Un manifesto di ribellione strutturato ed intelligente, un lavoro dotato di personalità trascinante, una violenza non gratuita ma idealistica.
Un grande esempio di stile si cela in questo “Antigone”, il quale fa della band tedesca, a mio parere, uno dei volti più interessanti del panorama attuale.
Formatisi nel 1996, esorditi nel 1998 con l’EP “In Battle There’s No Law”, forti nel 1999 di uno split con i Fall Of Serenity e in seguito di un secondo con i Caliban, acclamati grazie al primo full lenght album “Asunder” e dunque portati più in alto dal contratto con la Century Media a partire dal precedente “Whatever It May Takes” (2002), oggi gli Heaven Shall Burn sfornano questa bestia di disco, sotto tutti i punti di vista intrigante e dannatamente pesante.
Il loro stile è un devastante metal core intriso fino al midollo di profonde influenze death, e tra un riff e l’altro più marcatamente hardcore si possono facilmente riconoscere nomi quali At The Gates su tutti –l’arma che viene caricata in “Numbing The Pain” potrebbe esserne un simbolo…-, ma anche In Flames –decisamente direi nelle linee melodiche delle chitarre in “Voice Of The Voiceless”-, Bolt Thrower ed Earth Crisis. Tuttavia la cupa oscurità che intride ogni singola nota va ben al di là di una serie di riferimenti al death metal, e si collega a tutto un discorso ampio e profondo che abbraccia anche generi più palpabilmente dark.
Gli Heaven Shall Burn ci sezionano il mondo, ce lo tagliuzzano in mille frammenti e ce lo distruggono per mezzo della potenza vocale di Marcus Bischoff, poi lo investono ai trecento all’ora sottoforma di bastonate di doppio pedale, e pezzo per pezzo lo rimettono in piedi, migliore, più sincero, più puro.
Il tema della LIBERTA’ DA OGNI VERITA’ IMPOSTA mi fa rabbrividire, e in tutta sincerità ha giocato una buona parte nell’influenzare il mio giudizio: l’Antigone sofloclea come eroina svalutata, sfigurata, demonizzata, morta perché la sua direzione non era quella del sistema, morta perché sola ma incoercibile.
La band si propone allora di farci riflettere, e non lo fa nel fastidioso modo retorico che secondo me pervade la maggior parte dei gruppi hardcore puri, ma lo fa vomitando, urlando, sbattendo la testa contro il muro dell’indifferenza.
Grazie alla violenza della musica si fa strada tra i circuiti neuronali dei suoi ascoltatori, e cerca di spazzarne via le convinzioni, e di seminarne di nuove. Non invade, ma spalanca porte. Abbatte mura non a forza di parole sinistroidi, ma a forza di martellate, mattone per mattone, dal basso, non dall’alto delle balconate.
Andando contro la religione come regime mentale, contro il maltrattamento degli animali –sposando la causa vegana-, e contro tutto ciò che è definito come libertà ma che in realtà è solo schifo, gli Heaven Shall Burn dipingono un paradiso in fiamme, non in chiave anticristiana, ma in chiave più genuinamente anti-tutto.
Grazie alla delicatezza di alcuni frammenti chiamati “Intro” ed “Outro”, il ritmo battente a tratti viene spezzato e lasciato depositare sul fondo del cervello, finchè nuovamente una fighissima ondata di chitarre ed urla più death che core non lo risbatte in superficie.
In conclusione, gli Heaven Shall Burn mi sono piaciuti un sacco: io che non ascolto nulla di hardcore ma che amo il death, sento di poterli consigliare in tranquillità a chi si avvicina ai miei stessi gusti, ma soprattutto consiglio un ascolto approfondito a tutti coloro che non si fermano mai ma continuano a pensare, cercano di capire, approfondiscono e non si annoiano.
Un mucchio di persone avrebbero bisogno di svegliarsi un mattino sferzate da questa musica: allora forse le loro menti si aprirebbero un po’ di più al nuovo giorno, e farebbero girare questa cavolo di ruota finalmente nel verso giusto.

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