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Recensione: Arcturus - Sideshow Symphonies
>> COVER
>> LINE UP
Steinar Sverd

Hugh Mingay

Von Blomberg

Tore Moren

Knut Valle

Simen Hestnas

>> TRACKS
1.Hibernation Sickness Complete
2.Shipwrecked Frontier Pioneer
3.Demon Painter
4.Nocturnal Vision Revisited
5.Evacuation Code Deciphered
6.Moonshine Delirium
7.White Noise Monster
8.Reflections
9.Hufsa
>> INFO
GRUPPO: Arcturus

TITOLO: Sideshow Symphonies

ETICHETTA: Season Of Mist

ANNO: 2005

GENERE: Prog Avantgarde

DURATA: 50:36

WEB SITE: www.arcturus.no

>> RECENSIONE
Ho lasciato trascorrere una settimana per scrivere questa pagina, anche perché –diciamocelo- questo sarebbe il classico pane per i miei denti. Questo sarebbe il disco perfetto per sbrodolare parole incomprensibili dettate dall’irrazionalità del delirio estatico. Non voglio farlo. Voglio fare una recensione normale. Ordinaria e mediocre.

Gli Arcturus fanno uscire, finalmente, il loro attesissimo “Sideshow Symphonies”: desiderato da tutti gli innamorati recidivi e inconsolabili di album come “La Masquerade Infernale” e “The Sham Mirrors”, e aspettato al varco dai critici -figure che spesso si accavallano alle precedenti oppure stanno loro decisamente sullo stomaco. Io faccio parte della schiera dei fan-atici, cioè di quelli che amano le composizioni degli Arcturus come qualcosa di superiore, di aristocratico e divino, e dunque assorbono la loro musica più come una sostanza da cui dipendere che come un semplice mezzo di comunicazione.
Detto questo, alla fine la domanda è una sola: mi è piaciuto questo disco? E la risposta è: sì, sì, sì, mi è piaciuto, dannatamente piaciuto.
La seconda questione ovviamente è: perché? E il perché è semplice e complicato nello stesso tempo. Semplice in quanto questo è un lavoro espressivo, complesso e strutturato; suonato meravigliosamente e in modo ineccepibile. Complicato invece è spiegare qual è l’ingrediente segreto, quello che fa scattare una molla e rivoltare le sensazioni: quello che io ritrovo nella teatralità da Grand Guignol di ogni singola traccia, nella contraffatta genialità delle atmosfere, nell’uso irriverente della voce, nei testi sempre a cavallo tra follia e raffinata poesia.
Ma andiamo avanti. La terza argomentazione è quella più spinosa di tutte: “Sideshow Symphonies” regge il confronto? E’ ovvio che paragonarsi a prove eccellenti quali le precedenti non sia proprio facilissimo. Ci riescono o no, Ali? Ci riescono, a mio parere ci riescono. Lo fanno senza superare il limite, perché il limite era di per sé insuperabile. Lo fanno apportando un’altra prova alla tesi che dimostra il loro distacco dalla media. Lo fanno semplicemente esistendo in un altro capitolo, raccontando un’altra storia. Ben inteso, “La Masquerade” non viene messa in discussione: ma non per mancanza di idee -cosa che viene tirata in mezzo da chi decide di fare un po’ di scena controcorrente-, ma per un semplice discorso cronologico. L’inizio di un grande passo è sempre migliore del suo proseguimento: ma l’errore sta in noi, non nel terreno scavalcato.
Il quarto punto, che bene o male salta fuori tra i puristi di questa sgangherata parata, è: i musicisti come suonano? E il cantante come va? La risposta la voglio dare mettendo in risalto due figure su tutte: dando per scontata la potenza indiscussa dell’onnipresente ed onnipotente Hellhammer (al secolo Von Blomberg), io voglio illuminare la prova del tastierista e compositore Steinar Sverd (per capirci lo stesso di capolavori quali “Ad Astra” e “Star - Crossed”) e quella del cantante Vortex (Dimmu Borgir, Borknagar). I saliscendi infernali delle tastiere e la voce sempre al limite dello sforzo sono il punto di forza –o quello debole- di questa opera di teatro. Garm non c’è, è vero. Ma Vortex dà prova di enorme stile (anche accompagnato da una voce femminile con cui si sposa dolcemente): si affaccia su toni drammatici, li rigira, li sviscera, e imprime il suo linguaggio personale alla trama di ogni brano, un po’ più “metal” rispetto alla formula classica degli Arcturus.
Un ultimo punto che voglio toccare è quello che racchiude i difetti. Uno solo: la registrazione (almeno nella versione digipack). Il volume è diffusamente basso, ed in particolare la seconda traccia risente maggiormente di un mixaggio scadente, anche per la presenza di un rumore strano appena prima dell’inizio della terza canzone. E questo a me non importerebbe più di tanto, se non andasse a colpire nel fianco brani davvero meravigliosi; perché è così: gioielli come “Hibernation Sickness Complete”, “Shipwrecked Frontier Pioneer”, “Deamonpainter”, “Evacuation Code Deciphered” o l’ultima “Hufsa” (dal cantato in un onirico norvegese) sono, senza mezzi termini, meravigliosi.
Al di là della recensione canonica, che ho cercato di scrivere, cosa dico di mio? Di mio mio mio? Dico solo che c’è una musica che mi entra nelle viscere e me le fa sanguinare. Che mi strappa i vestiti e mi lascia agonizzante. Che mi fa sognare di illusioni visive, e poi mi pone su un palco a picco sul mare. C’è, e sono molto fortunata ad averla incontrata. Grazie, Ares.
>> GIUDIZIO
VOTO: 9

ARTWORK: 8.5

TECNICA: 9

ORIGINALITA': 8

LONGEVITA': 8.5

PRODUZIONE: 5

PERSONALITA': 9
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