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Recensione: Dream Theater - Octavarium
>> COVER
>> LINE UP
James LaBrie: vocals

John Petrucci: guitars

Mike Portnoy: drums

Jordan Rudess: piano, keyboards

John Myung: bass

>> TRACKS
1.The root of all evil
2.The answer lies within
3.These walls
4.I walk beside you
5.Panic attack
6.Never enough
7.Sacrificed song
8.Octavarium
>> INFO
GRUPPO: Dream Theater

TITOLO: Octavarium

ETICHETTA: Atlantic

ANNO: 2005

GENERE: Prog/Heavy Metal

DURATA: 75:47

WEB SITE: www.dreamtheater.net

>> RECENSIONE
“Octavarium” e' l'ottavo album in studio per i Dream Theater (anche se io ne conto 9!), con cui si vuole rilanciare un nome reso instabile dalle ultime due uscite non comunemente apprezzate. Le intenzioni non sono per nulla cambiate: il prog lascia spazio a cavalcate heavy, la fronte di Portnoy è sempre più asciutta al termine dei vari pezzi, le atmosfere intricate perdono sapore e si allungano inutilmente sfornando songs che giungono con affanno ai 10 minuti.
Il vero problema è da riscontrare nelle intenzioni della band: i Dream Theater hanno perso ormai il desiderio di rappresentare un movimento unico nella scena prog e sembra siano più interessati a seguire le mode del momento che non a far valere delle proprie originali idee. Infatti già al tempo di “Six Degrees…” ci fu l’esplosione dei Tool ed i DT cambiarono quasi drasticamente pelle per assumere una veste più dura ma anche più misteriosa, con qualche compromesso in più (se prima potevano essere odiati o amati adesso possono piacere in modi diversi ed a persone che in passato non li avrebbero mai seguiti); nel 2003 non si parlò altro che del ritorno dei Metallica con il loro “St.Anger” duro e crudo sputato in faccia all’ascoltatore senza assoli e con un sound quasi live, ed ecco arrivare “Train Of Thought” sempre più diretto ed heavy che soddisfa il desiderio di potenza ed impatto richiesto alle chitarre e con un basso praticamente inesistente (mi riferisco sia agli scandalosi riff scritti da Bob Rock che ad un Muyng praticamente assente); ed oggi qual è il fenomeno che più ha cambiato il panorama musicale? Non c’è dubbio, gli U2! Ed ecco che i Dream Theater si trasformano da eclettici musicisti in romantici scrittori di serenate. Basta ascoltare “I Walk Beside You” per capire quanto Bono e soci abbiano distorto le idee ad una band a mio parere ben più unica, oppure “The Answer Lies Within” per notare come è mutata la concezione di ballad dei DT rispetto al passato (chi ricorda ancora con commozione “Another Day”?!?!). Nella prima song è presente anche un’auto-celebrazione richiamando il ritornello di “The Dying Soul” del precedente album, a conferma delle poche idee a disposizione e del fatto di non voler assolutamente cambiare rotta. Così come anche la voce di James LaBrie portata in alcuni passaggi (vedi “Panic Attack”) alla somiglianza lampante con Matthew Bellamy cantante dei Muse (non potete parlarmi di sperimentazione per un qualcosa che già è stato detto da qualcun altro).
Non tutto è da buttar via: “The Wall” che parte con una sferzata motociclistica di chitarra in stile Manowar incuriosisce un po’ per l’avvolgente refrain e “Panic Attack” con un basso conquistatore ed un riffing davvero spietato ma in deludente contrasto con quanto i Dream Theater ci hanno abituato se non per una tastiera ereditata direttamente da “Metropolis Pt.2” (il pezzo migliore del lotto sicuramente). Audace anche “Never Enough” con effetti molto innovativi e stacchi apprezzabili, sembra notevolmente differente rispetto al resto dell’album ma non a ciò che corre in circolazione nel panorama musicale mondiale. In “Sacrificed Song”, pezzo comunque godibile, c’è un accenno prog che però fa più male che altro ad un album come “Octavarium”, visto che qui tali influenze sono relegate ad un secondo piano offuscatissimo; è quasi come se i DT volessero dimostrare di essere sempre in grado di suonare ottimi e complicati pezzi ma a tutti i costi si ostentassero a fare dell’altro, altro che non rispecchia la loro natura.
Si giunge così alla title track di 24 minuti che parte con il solito assolo puramente floydiano oramai ascoltato in tutte le salse da innumerevoli gruppi e che dura la bellezza di 4 minuti circa lasciando spazio ad un flauto suadente (inizierete a chiedervi se qualcuno per scherzo vi abbia cambiato cd nel lettore) ed un LaBrie molto romantico. Si sente molto il distacco con le altre tracks e la varietà può essere apprezzata, soprattutto da chi si sta avvicinando a questo gruppo da poco; Myung finalmente emerge dagli inferi, in cui era relegato da anni, per dire la sua con un piacevole funk su una trama molto pop, quasi da accendino dondolante; Portnoy accenna ad un assolo ma punta ai soli piatti per non rovinare l’atmosfera che a fatica si sta creando, mentre le doppie voci di LaBrie fanno rivoltare nella tomba i più grandi artisti prog della storia. L’opera comunque scorre piacevole e ben strutturata (è proprio la title track che fa lievitare le azioni dell’album), anche con influenze jazzate come è giusto che sia in tradizione DT (vedi “Beyound This Life”) ma è davvero poco rispetto a ciò che ci si attende da un gruppo di artisti di questa caratura. Personalmente sono bocciati in pieno.
>> GIUDIZIO
VOTO: 4

ARTWORK: 7.5

TECNICA: 5

ORIGINALITA': 3.4

LONGEVITA': 5

PRODUZIONE: 8

PERSONALITA': 3
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