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Recensione: Iron Maiden - Dance of Death
>> COVER
>> LINE UP
Bruce Dickinson: vocal

Steve Harris: bass

Dave Murray: guitar

Janick Gers: guitar

Adrian Smith: guitar

Nicko McBrain: drums
>> TRACKS
1.Wildest Dreams
2.Rainmaker
3.No More Lies
4.Montsègur
5.Dance of Death
6.Gates of Tomorrow
7.New Frontier
8.Paschendale
9.Face in the Sand
10.Age of Innocence
11.Journeyman
>> INFO
GRUPPO: Iron Maiden

TITOLO: Dance of Death

ETICHETTA: EMI Music

ANNO: 2003

GENERE: Heavy Metal

DURATA: 68:05

WEB SITE: www.ironmaiden.com

>> RECENSIONE
A distanza di 23 anni dall’uscita del primo storico album, gli Iron Maiden ritornano sul mercato con Dance of Death, un disco dalle mille sfaccettature, in grado di stupire sia i vecchi che i nuovi fans, senza tuttavia far gridare al miracolo.
Dobbiamo considerare i Maiden come sono ora, oppure dobbiamo limitarci ad analizzare il glorioso passato della band? Dance of Death rappresenta alla perfezione la Vergine di Ferro del 2003: melodia e way of thinking moderne, al passo con il nuovo millennio; se state cercando sonorita’ eightees, sperando in un ritorno al passato con il come back di Dickinson, andate pure a riprendere i vecchi album del gruppo, perche’ i dischi fotocopia sono la tomba di qualsiasi band.
Giusto per smentire tutto quanto detto, i Maiden scelgono come singolo apri pista dell’album, Wildest Dreams, la canzone piu’ easy-listening e ruffiana dell’intero disco, costruita su riff molto semplici e veloci ed un ritornello prepotente, oserei dire quasi da classifica, vista anche la sua breve durata.
Rainmaker rallenta leggermente il ritmo, ma la strategia e’ la stessa: conquistare facilmente il pubblico senza impegnarlo piu’ di tanto, proponendo riff abbondantemente collaudati e di rapidissima composizione.
Ma dalla terza traccia inizia la vera svolta di Dance of Death e i riff si fanno piu’ cupi, articolati, la durata delle canzoni aumenta vertiginosamente, il basso si fa pulsante.
No more lies si apre con un arpeggio molto oscuro, accompagnato perfettamente dal basso di Harris, che lascia l’ascoltatore spiazzato, visto il mood delle due tracce precedenti; ci sono continui cambi di tempo, melodie orchestrali di sottofondo e la song tende a decollare progressivamente con il passare dei minuti, sfociando in un ritornello molto aggressivo che ci dona un Dickinson in splendida forma.
Montsègur e’ la canzone piu’ dura e dal mio punto di vista anche la piu’ riuscita dell’album; fantastico l’inizio con il duetto chitarra-basso a intessere una cavalcata d’altri tempi, che dimostra tutta la sua epicita’ nel ritornello, supportato da un testo dannatamente bello ed evocativo, in cui viene trattato l’assedio e la caduta della roccaforte di Montsègur, ultimo baluardo dell’eresia catara.
Le acque si calmano, ed e’ il turno della title-track Dance of Death, la canzone piu’ lunga dell’album, che impiega addirittura tre minuti prima di esplodere nella vera e propria danza della morte, in cui le tre chitarre si alternano magicamente, macinando assoli su assoli e concedendo a Disckinson un attimo di tregua; il finale mi ha ricordato moltissimo Blood brothers del precedente Brave New World.
Le successive Gates of Tomorrow e New Frontier, sono invece due canzoni piu’ dirette, di piu’ semplice assimilazione, ma non sfrontatamente ruffiane come le due poste in apertura; New Frontier e’ anche la prima song dei Maiden composta con Nicko McBrain, che dopo una vita passata dietro le pelli da il suo modesto contributo: senza infamia e senza lode.
Paschendale e’ dopo Montsègur l’altro pezzo “storicamente impegnato” del disco; questa volta si parla di una della battaglie piu’ sanguinarie avvenute nella Prima Guerra Mondiale e l’atmosfera che i sei inglesi riescono a creare e’ molto toccante (“Home, far away. From the War, a chance to live again”). E’ una song molto complessa, tecnica, che vede alternarsi decine di riff, assoli e cambi di tempo, che si ricongiungono pero’ nelle parti cantate.
Face in the sand e’ da brividi, con i suoi riff malinconici e duri, basso martellante ed un cantato molto aggressivo e struggente.
Age of innocence non mi ha soddisfatto piu’ tanto; e’ una canzone piuttosto piatta e monotona, lunghissima, che manca di quello spunto vincente che solo i Maiden sanno dare; Journeyman mette una tristezza addosso inaudita, suona quasi come un “addio” e posta nel finale e’ davvero micidiale.

Dance of Death e’ un buon album, dannatamente Maiden al 100%, ma molto complesso, forse troppo per gli standard del gruppo a cui si era abituati.

Per me rimane comunque un album BUY OR DIE!
>> GIUDIZIO
VOTO: 8.5

ARTWORK: 5

TECNICA: 8.5

ORIGINALITA': 7.5

LONGEVITA': 8

PRODUZIONE: 9

PERSONALITA': 9
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