VOTO: 7,5
ARTWORK: 7,5
TECNICA: 7,5
ORIGINALITA’: 6
LONGEVITA’: 7
PRODUZIONE: 7
PERSONALITA’: 7
Al: voices, rhythm guitars
Luca: rhythm, acoustic & lead guitars
Ans: drums
Alberto: bass
1.Far From Home
2.Seasons In Melancholy
3.Burial Black Sands
4.Intimations Of Eternity
5.Epitaph
Melodie decadenti che spennellano abilmente una dimensione di onirica
desolazione, in cui amore e morte sono la perdita di confini terreni, e
disegnano un passaggio verso qualcosa di illusoriamente eterno.
Bello questo demo dei Lestat, gruppo torinese ampiamente ispirato allo stile di
inconfondibile personalità degli ultimi Sentenced, ma anche, in misura minore, a
band quali Him, Opeth e Nevermore. E in questa scelta musicale, paradossalmente,
risiedono sia i punti deboli sia quelli di forza dei nostri ragazzi: se il
rischio del plagio corre sul filo del rasoio, tuttavia notevoli spunti di grande
estro emergono senza sforzo e brillano di luce propria.
La calda voce di Al è sempre al limite, costruita su sentieri già percorsi ma
nello stesso tempo così bella da farsi gustare come fosse l’unica; i riff e gli
assoli, così come le ritmiche, sono sempre precisi e costruiti su di uno studio
tecnico palpabile e capace di rendere solidamente amabili anche i passaggi meno
originali. E’ quindi questa la doppia faccia della medaglia di una band come i
Lestat: poca innovazione ma grande capacità, una capacità che si riconosce al
tatto, una capacità che non potrà che fiorire.
Questo lavoro, curatissimo nell’artwork e dotato anche di una discreta
produzione, si apre tradizionalmente grazie ad onde di un mare interiore e a
note di un pianoforte mai scontato… per condurci tra le schitarrate melodic
death della prima vera traccia “Seasons In Melancholy”: qui l’influenza dei
grandi nomi nordici è decisa e fa da sfondo a momenti più riusciti, quali ad
esempio l’inserto della voce femminile, che come una piuma fluttua in un’aria
carica di nostalgico e inconsolabile dolore.
Di una bellezza struggente la ballad “Intimations Of Eternity”, edificata su un
semplice arpeggio e una semplice sequenza vocale, ma così tremendamente
passionale… La doppia linea cantata fissa nell’aria attimi di pura essenza, e le
parole mai banali di liriche scritte col cuore sono il messaggio di vita a cui
mi aggrappo con tutte le forze.
Momenti di simile malinconica tristezza si alternano a stralci di maggiore
potenza, come avviene con la traccia successiva, “Epitaph”, nella quale si
apprezzano spunti quasi thrash di vitale impatto.
A volte si sente il bisogno di una più sferzante ondata death, e di un growl
che, inserito tra le spire di una voce pulita tanto avvolgente, ne renderebbe il
calore più morbido e le tinte più luminose (perché davvero notevoli sono le
corde che riesce a muovere).
Il mio personale consiglio, dettato da gusti individuali e dall’esperienza
derivatami dall’aver ascoltato numerosi demo, è quello di abbandonare un po’ di
più gli ormeggi e di andare a rischiare la propria pelle tentando rotte ancora
non del tutto sviscerate: perché il “non detto” è ancora molto, e le sfumature
della musica sono ancora così tante, luce smerigliata e inafferrabile.
Non consiglierei mai il pericolo di un viaggio nell’ignoto a chi non sappia
volare da solo… Ma con i Lestat lo faccio a cuor leggero: un simile trampolino
di lancio non può che essere solo l’inizio di un lungo e meraviglioso cammino
artistico, che potrà regalare alle anime pure non solo una buona interpretazione
di tematiche ormai radicate in esse come linfa vitale, ma anche un nuovo colore
sulla tavolozza, e una nuova tonalità tra i sentimenti che solo la musica può,
eternamente, creare.
Recensore:
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